Si riduce l’isola di plastica del Pacifico.

La Pacific Trash Vortex è stimata per difetto in circa 4 milioni di tonnellate. (Credit: R. Carey / Shutterstock)
La Pacific Trash Vortex è stimata per difetto in circa 4 milioni di tonnellate. (Credit: R. Carey / Shutterstock)

L’Isola di plastica del Pacifico(in inglese Pacific Trash Vortex), è un incredibile ammasso di spazzatura buttato a mare, composto prevalentemente da plastica.

L’estensione di questa pattumiera galleggiante e il volume della plastica non sono certi, anche per via della variabilità delle condizioni marine, ma le dimensioni superano abbondantemente quelle della Spagna per un peso di svariati milioni di tonnellate.

L’immagine si commenta da sola…. (Credit Mongabay)
L’immagine si commenta da sola…. (Credit Mongabay)

La plastica buttata a mare da oltre 50 anni si è localizzata nel nord del pacifico per via di una corrente a spirale che ha favorito l’accentramento ed il mantenimento dell’immondezzaio marittimo. Altre macchie simili sono presenti più o meno in tutti i mari ove operano correnti concentriche.

La plastica arriva al mare al ritmo di decine di migliaia di tonnellate l’anno, nonostante gli sforzi di molti paesi per attuare politiche di recupero.

Localizzazione della c.d. zona di convergenza (Wikipedia)
Localizzazione della c.d. zona di convergenza (Wikipedia)

Il fenomeno, già di per sé sconcertante, si complica in quanto pare che la macchia si stia riducendo.

Questo studio, che ha comportato la circumnavigazione del globo, tiene conto sia della dinamica di degradazione della plastica in mare, che dei tassi di inquinamento e ha richiesto anni di verifiche.

Andrés Cozar, un ecologo dell’Università di Cadice in Spagna, sostiene che con ogni probabilità la plastica, dopo decenni di permanenza in mare e sotto l’azione dei raggi solari, si stia rompendo in piccoli pezzi che starebbero affondando nelle profondità oceaniche.

Gli effetti di questa nevicata plastica sugli ecosistemi marini sono assolutamente ignoti, non avendo di fatto precedenti. I detriti più piccoli, meno di 5 millimetri, potrebbero finire nella catena alimentare interagendo con la maggior parte degli organismi marini, con impatto sconosciuto su plancton e piccoli vertebrati.

Microplastiche (Credit SEA)
Microplastiche (Credit SEA)

L’oceano profondo è un grande sconosciuto” afferma Cozar “e purtroppo l’accumulo di micro frammenti di plastica nel fondale oceanico potrebbe modificare questo poco noto ecosistema prima che possiamo saperlo”.

Si ipotizzano, infatti, ripercussioni sulla riproduzione di pesci commerciali come tonno e pesce spada, che potrebbero avere problemi di salute a seguito di avvelenamento da PCB (un additivo delle plastiche riconosciuto tossico e tardivamente messo al bando ma usato massicciamente per decenni), il che complicherebbe, ancora di più, la già grave situazione di overfishing, che ha ridotto di molto le popolazioni di pescabile.

Una lezione già sentita, trascurare l’ambiente oggi potrebbe comportare in futuro ricadute economico-ambientali molto più gravose.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences.

Marco Ferrari
11 luglio 2014

La Pacific Trash Vortex è stimata per difetto in circa 4 milioni di tonnellate. (Credit: R. Carey / Shutterstock)
La Pacific Trash Vortex è stimata per difetto in circa 4 milioni di tonnellate. (Credit: R. Carey / Shutterstock)

L’Isola di plastica del Pacifico(in inglese Pacific Trash Vortex), è un incredibile ammasso di spazzatura buttato a mare, composto prevalentemente da plastica.

L’estensione di questa pattumiera galleggiante e il volume della plastica non sono certi, anche per via della variabilità delle condizioni marine, ma le dimensioni superano abbondantemente quelle della Spagna per un peso di svariati milioni di tonnellate.

L’immagine si commenta da sola…. (Credit Mongabay)
L’immagine si commenta da sola…. (Credit Mongabay)

La plastica buttata a mare da oltre 50 anni si è localizzata nel nord del pacifico per via di una corrente a spirale che ha favorito l’accentramento ed il mantenimento dell’immondezzaio marittimo. Altre macchie simili sono presenti più o meno in tutti i mari ove operano correnti concentriche.

La plastica arriva al mare al ritmo di decine di migliaia di tonnellate l’anno, nonostante gli sforzi di molti paesi per attuare politiche di recupero.

Localizzazione della c.d. zona di convergenza (Wikipedia)
Localizzazione della c.d. zona di convergenza (Wikipedia)

Il fenomeno, già di per sé sconcertante, si complica in quanto pare che la macchia si stia riducendo.

Questo studio, che ha comportato la circumnavigazione del globo, tiene conto sia della dinamica di degradazione della plastica in mare, che dei tassi di inquinamento e ha richiesto anni di verifiche.

Andrés Cozar, un ecologo dell’Università di Cadice in Spagna, sostiene che con ogni probabilità la plastica, dopo decenni di permanenza in mare e sotto l’azione dei raggi solari, si stia rompendo in piccoli pezzi che starebbero affondando nelle profondità oceaniche.

Gli effetti di questa nevicata plastica sugli ecosistemi marini sono assolutamente ignoti, non avendo di fatto precedenti. I detriti più piccoli, meno di 5 millimetri, potrebbero finire nella catena alimentare interagendo con la maggior parte degli organismi marini, con impatto sconosciuto su plancton e piccoli vertebrati.

Microplastiche (Credit SEA)
Microplastiche (Credit SEA)

L’oceano profondo è un grande sconosciuto” afferma Cozar “e purtroppo l’accumulo di micro frammenti di plastica nel fondale oceanico potrebbe modificare questo poco noto ecosistema prima che possiamo saperlo”.

Si ipotizzano, infatti, ripercussioni sulla riproduzione di pesci commerciali come tonno e pesce spada, che potrebbero avere problemi di salute a seguito di avvelenamento da PCB (un additivo delle plastiche riconosciuto tossico e tardivamente messo al bando ma usato massicciamente per decenni), il che complicherebbe, ancora di più, la già grave situazione di overfishing, che ha ridotto di molto le popolazioni di pescabile.

Una lezione già sentita, trascurare l’ambiente oggi potrebbe comportare in futuro ricadute economico-ambientali molto più gravose.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences.

Marco Ferrari
11 luglio 2014

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