Conferenza sul clima di Doha, un accordo a metà

E’ fatta! La 18a Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite a Doha, in Qatar, ha chiuso i lavori ed ha partorito un accordo tra i rappresentanti dei 194 Paesi intervenuti. Ma i tre Paesi più inquinatori, USA, Canada e Giappone, si sono chiamati fuori.

Dopo il mezzo passo falso di Durban dello scorso anno, non è cambiato granché.

Il protocollo di Kyoto scade il 31 dicembre prossimo ed era prevista una seconda fase, la cosiddetta Kyoto2. Gli argomenti sul tavolo erano sostanzialmente due: la riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi sviluppati, sottoscrivendo accordi specifici vincolanti fino al 2015 e l’istituzione del Green Fund, un fondo per i Paesi in via di sviluppo.

Il primo punto era particolarmente rilevante perché si voleva coinvolgere gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato l’accordo di Kyoto e richiamare “dentro” Canada e Giappone, che ne erano usciti.

Ma il taglio delle emissioni è un tasto delicato e i tre Paesi hanno riconfermato la loro posizione negativa nei confronti di Kyoto.

Naturalmente, si era levato un coro di polemiche da parte dei sottoscrittori, soprattutto dei Paesi più poveri e gli accordi sono stati in dubbio fino alla fine della Conferenza.

“Bocciamo l’accordo, condanna il futuro di tutti quanti” aveva proposto la rappresentante di Jubilee South Asia Pacific, la filippina Lidy Nacpil.

Kwesi Obeng, della rete africana “Campagna per chiedere Giustizia Climatica” le aveva fatto eco: “Il negoziato è irrecuperabile. Chiediamo ai Paesi di non firmare”.

Il problema principe restava il taglio delle emissioni che doveva contenere entro i 2°C l’aumento della temperatura media terrestre.

La diminuzione delle emissioni di gas serra è da qualche anno una necessità impellente. Dal 2000, la sola CO2 è aumentata del 20% (390 parti per milione rispetto alle 280 dell’era pre-industriale, che significa un aumento del 40%).

Entro il 2020, se le emissioni continueranno come avviene ora, avremo 58 giga tonnellate di gas serra emessi, 14 in più di quelle tollerate per rimanere entro la “famigerata” soglia dei 2°C.

Le emissioni di CO2 saliranno del 2,6%, minaccia uno studio pubblicato su Nature Climate Change del Global Carbon Project, un team di scienziati, che ritiene poco probabile l’obiettivo di contenere l’aumento di temperatura globale sotto i 2 gradi.

Perfino la Banca Mondiale ha dichiarato l’allarme perché teme che, di questo passo, secondo un proprio studio, la temperatura globale possa salire di ben 4°C entro il 2060.

D’altra parte, Paesi come il Brasile, che ha ridotto la deforestazione del 75% rispetto al 2004, e la Svezia, che ha ridotto le emissioni da 1 a 5% per anno, mostrano che, con un impegno collettivo, le possibilità di raggiungere l’obiettivo ci sarebbero.

A Doha, Stati Uniti e Unione Europea non hanno inteso impegnarsi con cifre concrete per il 2013-2020, a causa delle difficoltà legate alla attuale crisi economica.

Comunque, l’accordo è finalmente stato raggiunto. Con un giorno di ritardo – è vero- e non soddisfacendo nessuno, ma l’accordo è stato prorogato fino al 2020: per questi prossimi anni i Paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, con la Russia contraria perché voleva accordi meno vincolanti.

Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente, Clini, ha commentato: “Il bicchiere di Doha è per tre quarti vuoto e per un quarto pieno”. Il quarto rimasto lascia comunque aperte le speranze di chi, in qualche modo, mostra di voler frenare i cambiamenti climatici.

Il primo punto approvato mantiene ancora per 8 anni gli impegni di Kyoto del 1997, anche se, data l’assenza dei tre grandi inquinatori, USA, Canada e Giappone, riguarda solo il 15% delle emissioni globali di gas inquinanti, rimandando al 2015 la data per fare il punto sulla possibilità di ciascun Paese per rivedere le misure del proprio impegno.

Sul secondo punto, gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per fronteggiare i cambiamenti climatici, per lo stanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020, stante la crisi economica in atto, è tutto rimandato all’incontro sul clima del 2013 a Varsavia.

Oggetto di accesa discussione è stata la questione dei danni derivati dal riscaldamento globale ai Paesi del Sud del mondo, che si sentono vittime dei Paesi industrializzati, in particolare degli Stati Uniti. Una discussione su accordi futuri in merito, anch’essi sono stati rimandati al prossimo anno a Varsavia.

Si è poi convenuto di fissare, in occasione della conferenza dell’ONU del 2015, un protocollo o un accordo d’intesa per raggiungere l’obiettivo della limitazione dell’innalzamento della temperatura globale di 2°C che dovrebbe vedere coinvolti – questa volta –  tutti i Paesi, compresi gli Stati Uniti.

Leonardo Debbia
9 dicembre 2012

E’ fatta! La 18a Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite a Doha, in Qatar, ha chiuso i lavori ed ha partorito un accordo tra i rappresentanti dei 194 Paesi intervenuti. Ma i tre Paesi più inquinatori, USA, Canada e Giappone, si sono chiamati fuori.

Dopo il mezzo passo falso di Durban dello scorso anno, non è cambiato granché.

Il protocollo di Kyoto scade il 31 dicembre prossimo ed era prevista una seconda fase, la cosiddetta Kyoto2. Gli argomenti sul tavolo erano sostanzialmente due: la riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi sviluppati, sottoscrivendo accordi specifici vincolanti fino al 2015 e l’istituzione del Green Fund, un fondo per i Paesi in via di sviluppo.

Il primo punto era particolarmente rilevante perché si voleva coinvolgere gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato l’accordo di Kyoto e richiamare “dentro” Canada e Giappone, che ne erano usciti.

Ma il taglio delle emissioni è un tasto delicato e i tre Paesi hanno riconfermato la loro posizione negativa nei confronti di Kyoto.

Naturalmente, si era levato un coro di polemiche da parte dei sottoscrittori, soprattutto dei Paesi più poveri e gli accordi sono stati in dubbio fino alla fine della Conferenza.

“Bocciamo l’accordo, condanna il futuro di tutti quanti” aveva proposto la rappresentante di Jubilee South Asia Pacific, la filippina Lidy Nacpil.

Kwesi Obeng, della rete africana “Campagna per chiedere Giustizia Climatica” le aveva fatto eco: “Il negoziato è irrecuperabile. Chiediamo ai Paesi di non firmare”.

Il problema principe restava il taglio delle emissioni che doveva contenere entro i 2°C l’aumento della temperatura media terrestre.

La diminuzione delle emissioni di gas serra è da qualche anno una necessità impellente. Dal 2000, la sola CO2 è aumentata del 20% (390 parti per milione rispetto alle 280 dell’era pre-industriale, che significa un aumento del 40%).

Entro il 2020, se le emissioni continueranno come avviene ora, avremo 58 giga tonnellate di gas serra emessi, 14 in più di quelle tollerate per rimanere entro la “famigerata” soglia dei 2°C.

Le emissioni di CO2 saliranno del 2,6%, minaccia uno studio pubblicato su Nature Climate Change del Global Carbon Project, un team di scienziati, che ritiene poco probabile l’obiettivo di contenere l’aumento di temperatura globale sotto i 2 gradi.

Perfino la Banca Mondiale ha dichiarato l’allarme perché teme che, di questo passo, secondo un proprio studio, la temperatura globale possa salire di ben 4°C entro il 2060.

D’altra parte, Paesi come il Brasile, che ha ridotto la deforestazione del 75% rispetto al 2004, e la Svezia, che ha ridotto le emissioni da 1 a 5% per anno, mostrano che, con un impegno collettivo, le possibilità di raggiungere l’obiettivo ci sarebbero.

A Doha, Stati Uniti e Unione Europea non hanno inteso impegnarsi con cifre concrete per il 2013-2020, a causa delle difficoltà legate alla attuale crisi economica.

Comunque, l’accordo è finalmente stato raggiunto. Con un giorno di ritardo – è vero- e non soddisfacendo nessuno, ma l’accordo è stato prorogato fino al 2020: per questi prossimi anni i Paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, con la Russia contraria perché voleva accordi meno vincolanti.

Per l’Italia, il ministro dell’Ambiente, Clini, ha commentato: “Il bicchiere di Doha è per tre quarti vuoto e per un quarto pieno”. Il quarto rimasto lascia comunque aperte le speranze di chi, in qualche modo, mostra di voler frenare i cambiamenti climatici.

Il primo punto approvato mantiene ancora per 8 anni gli impegni di Kyoto del 1997, anche se, data l’assenza dei tre grandi inquinatori, USA, Canada e Giappone, riguarda solo il 15% delle emissioni globali di gas inquinanti, rimandando al 2015 la data per fare il punto sulla possibilità di ciascun Paese per rivedere le misure del proprio impegno.

Sul secondo punto, gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per fronteggiare i cambiamenti climatici, per lo stanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020, stante la crisi economica in atto, è tutto rimandato all’incontro sul clima del 2013 a Varsavia.

Oggetto di accesa discussione è stata la questione dei danni derivati dal riscaldamento globale ai Paesi del Sud del mondo, che si sentono vittime dei Paesi industrializzati, in particolare degli Stati Uniti. Una discussione su accordi futuri in merito, anch’essi sono stati rimandati al prossimo anno a Varsavia.

Si è poi convenuto di fissare, in occasione della conferenza dell’ONU del 2015, un protocollo o un accordo d’intesa per raggiungere l’obiettivo della limitazione dell’innalzamento della temperatura globale di 2°C che dovrebbe vedere coinvolti – questa volta –  tutti i Paesi, compresi gli Stati Uniti.

Leonardo Debbia
9 dicembre 2012

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