Liberato un cucciolo di gorilla rapito dai bracconieri in Congo

Grazie ad una delicata operazione sotto copertura, le guardie del Parco Virunga sono riuscite a trarre in salvo il cucciolo di un anno e mezzo e ad arrestare 3 bracconieri, che detenevano il piccolo dentro uno zaino.baby gorilla Era chiuso dentro un sacco, teso e spaventato, stringendosi le braccia intorno al corpo per ricordare ancora una volta la stretta materna che gli dava sicurezza e lo proteggeva dai pericoli del mondo esterno. Ma il piccolo Shamavu – come è stato ribattezzato in onore del suo salvatore, la guardia forestale Christian Shamavu, del Virunga Gorilla Park in Congo – conserva negli occhi  il ricordo indelebile della morte di sua madre e degli altri componenti del nucleo familiare, uccisi dai bracconieri,  poiché essendo animali sociali hanno tentato di difendere il piccolo fino alla morte.  La guardia Christian Shamavu racconta che questo è già il quarto gorilla strappato dalle mani insanguinate del mercato nero dall’inizio del 2011: “Abbiamo salvato cuccioli che avevano ferite da arma da fuoco, polmonite, o tagli profondi provocati dalle corde con cui erano legati”.

I cuccioli così giovani, come Shamavu, dipendono totalmente dalla madre e passano il loro tempo aggrappati alla sua schiena. In seguito alla separazione  subiscono un forte trauma. Ecco perché per lui sarà difficile abituarsi alla sua mancanza e il bisogno del contatto fisico materno sarà un tormento  costante. I veterinari del parco Virunga sostengono che sia molto improbabile una veloce reintroduzione  in natura del piccolo gorilla, poiché i giovani, strappati precocemente alla madre, raramente sopravvivono.

I gorilla di montagna sono strettamente protetti in Congo, poiché sono tra le specie più vulnerabili ed è severamente vietato ucciderli o rapirli: la pena è di 10 anni di prigione e questa si inasprisce se per rapire il piccolo viene uccisa la madre o altri gorilla. Il problema più grande è riuscire a dimostrare queste uccisioni. I compratori sono zoo e privati collezionisti senza scrupoli e, purtroppo fin’ora, i ranger non sono riusciti ad arrestare neanche un compratore.  Le guardie sono quotidianamente impegnate per la salvaguardia di questi animali, con pattuglie anti-bracconaggio che disinnescano trappole, compiono rischiose azioni sotto copertura, cercano di sensibilizzare le comunità locali e subiscono attacchi dei bracconieri, spesso rimettendoci la vita, come è successo quest’anno ad 11 guardie del Parco Virunga.

La foresta incontaminata in cui la famosa primatologa Dian Fossey compiva i suoi studi sulle ultime popolazioni di gorilla di montagna e in cui è stata uccisa dai bracconieri nel 1985, è diventata oggi un campo di battaglia nel quale, a causa dell’assenza di concreti aiuti governativi, i ranger si trovano da soli a dover combattere contro bracconieri, banditi e anche contro la milizia dei ribelli ruandesi hutu, la FDLR (Forces démocratiques pour la libération du Ruanda, responsabile del genocidio del Ruanda nel 1994) . La FDLR infatti da anni sfrutta la fitta foresta delle montagne Virunga per alimentare il traffico di carbonella e per la coltivazione della marijuana: la carbonella viene prodotta tagliando illegalmente gli alberi del parco e facendo bruciare lentamente la legna per sei giorni in un forno artigianale ricoperto di terriccio. Il prodotto finale viene poi rivenduto sul mercato nero o scambiato con armi e proiettili. Una volta venduta la carbonella, la FDRL disbosca l’area e pianta la  marijuana, che verrà poi raccolta, trattata chimicamente e rivenduta o barattata con armi, proiettili ed uniformi.

Il Parco Virunga è situato tra Ruanda Congo ed Uganda, tre paesi che a lungo hanno subito sanguinose guerre civili e povertà. Oggi si richiede ai governi di questi paesi uno sforzo congiunto contro i  traffici illeciti di materie prime, di animali e contro lo sfruttamento della loro importantissima risorsa naturale ed economica che è il parco stesso, senza il quale il turismo e gli introiti economici che da esso derivano, non esisterebbero più.

In questo luogo anche i gorilla, come il resto dell’habitat, sono esposti ad un continuo e serio pericolo. Il mercato nero fissa il prezzo della vita di questi animali: 40.000 dollari  è la cifra a cui può essere venduto un piccolo gorilla, che da quel momento diventa un animaletto da compagnia, fin quando non raggiunge l’età adulta e l’ingombrante peso di 180 km. A quel punto diventa incontrollabile e la sua sorte è segnata: finisce in gabbia o viene soppresso.

Il piccolo Shamavu è stato salvato da questa triste sorte. Ora sta meglio, è nelle mani sicure di una équipe di veterinari che si occupa di lui ogni giorno e tenta di assicurargli un futuro migliore, ma il reinserimento in natura è lontano: ha perso ciò che rappresentava tutto il suo mondo,  la sua famiglia e la foresta. Gli ci vorrà del tempo per rassegnarsi alla nuova realtà a cui, individui avidi e senza scrupoli, lo hanno irrimediabilmente condannato.

Elisabetta Carlin

baby gorilla
Fotografia per gentile concessione LuAnne Cadd, Virunga Gorilla Park

 

Grazie ad una delicata operazione sotto copertura, le guardie del Parco Virunga sono riuscite a trarre in salvo il cucciolo di un anno e mezzo e ad arrestare 3 bracconieri, che detenevano il piccolo dentro uno zaino.baby gorilla Era chiuso dentro un sacco, teso e spaventato, stringendosi le braccia intorno al corpo per ricordare ancora una volta la stretta materna che gli dava sicurezza e lo proteggeva dai pericoli del mondo esterno. Ma il piccolo Shamavu – come è stato ribattezzato in onore del suo salvatore, la guardia forestale Christian Shamavu, del Virunga Gorilla Park in Congo – conserva negli occhi  il ricordo indelebile della morte di sua madre e degli altri componenti del nucleo familiare, uccisi dai bracconieri,  poiché essendo animali sociali hanno tentato di difendere il piccolo fino alla morte.  La guardia Christian Shamavu racconta che questo è già il quarto gorilla strappato dalle mani insanguinate del mercato nero dall’inizio del 2011: “Abbiamo salvato cuccioli che avevano ferite da arma da fuoco, polmonite, o tagli profondi provocati dalle corde con cui erano legati”.

I cuccioli così giovani, come Shamavu, dipendono totalmente dalla madre e passano il loro tempo aggrappati alla sua schiena. In seguito alla separazione  subiscono un forte trauma. Ecco perché per lui sarà difficile abituarsi alla sua mancanza e il bisogno del contatto fisico materno sarà un tormento  costante. I veterinari del parco Virunga sostengono che sia molto improbabile una veloce reintroduzione  in natura del piccolo gorilla, poiché i giovani, strappati precocemente alla madre, raramente sopravvivono.

I gorilla di montagna sono strettamente protetti in Congo, poiché sono tra le specie più vulnerabili ed è severamente vietato ucciderli o rapirli: la pena è di 10 anni di prigione e questa si inasprisce se per rapire il piccolo viene uccisa la madre o altri gorilla. Il problema più grande è riuscire a dimostrare queste uccisioni. I compratori sono zoo e privati collezionisti senza scrupoli e, purtroppo fin’ora, i ranger non sono riusciti ad arrestare neanche un compratore.  Le guardie sono quotidianamente impegnate per la salvaguardia di questi animali, con pattuglie anti-bracconaggio che disinnescano trappole, compiono rischiose azioni sotto copertura, cercano di sensibilizzare le comunità locali e subiscono attacchi dei bracconieri, spesso rimettendoci la vita, come è successo quest’anno ad 11 guardie del Parco Virunga.

La foresta incontaminata in cui la famosa primatologa Dian Fossey compiva i suoi studi sulle ultime popolazioni di gorilla di montagna e in cui è stata uccisa dai bracconieri nel 1985, è diventata oggi un campo di battaglia nel quale, a causa dell’assenza di concreti aiuti governativi, i ranger si trovano da soli a dover combattere contro bracconieri, banditi e anche contro la milizia dei ribelli ruandesi hutu, la FDLR (Forces démocratiques pour la libération du Ruanda, responsabile del genocidio del Ruanda nel 1994) . La FDLR infatti da anni sfrutta la fitta foresta delle montagne Virunga per alimentare il traffico di carbonella e per la coltivazione della marijuana: la carbonella viene prodotta tagliando illegalmente gli alberi del parco e facendo bruciare lentamente la legna per sei giorni in un forno artigianale ricoperto di terriccio. Il prodotto finale viene poi rivenduto sul mercato nero o scambiato con armi e proiettili. Una volta venduta la carbonella, la FDRL disbosca l’area e pianta la  marijuana, che verrà poi raccolta, trattata chimicamente e rivenduta o barattata con armi, proiettili ed uniformi.

Il Parco Virunga è situato tra Ruanda Congo ed Uganda, tre paesi che a lungo hanno subito sanguinose guerre civili e povertà. Oggi si richiede ai governi di questi paesi uno sforzo congiunto contro i  traffici illeciti di materie prime, di animali e contro lo sfruttamento della loro importantissima risorsa naturale ed economica che è il parco stesso, senza il quale il turismo e gli introiti economici che da esso derivano, non esisterebbero più.

In questo luogo anche i gorilla, come il resto dell’habitat, sono esposti ad un continuo e serio pericolo. Il mercato nero fissa il prezzo della vita di questi animali: 40.000 dollari  è la cifra a cui può essere venduto un piccolo gorilla, che da quel momento diventa un animaletto da compagnia, fin quando non raggiunge l’età adulta e l’ingombrante peso di 180 km. A quel punto diventa incontrollabile e la sua sorte è segnata: finisce in gabbia o viene soppresso.

Il piccolo Shamavu è stato salvato da questa triste sorte. Ora sta meglio, è nelle mani sicure di una équipe di veterinari che si occupa di lui ogni giorno e tenta di assicurargli un futuro migliore, ma il reinserimento in natura è lontano: ha perso ciò che rappresentava tutto il suo mondo,  la sua famiglia e la foresta. Gli ci vorrà del tempo per rassegnarsi alla nuova realtà a cui, individui avidi e senza scrupoli, lo hanno irrimediabilmente condannato.

Elisabetta Carlin

baby gorilla
Fotografia per gentile concessione LuAnne Cadd, Virunga Gorilla Park